11/3/2026

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ESG: definizione, criteri e regole per le imprese

I criteri ESG sono oggi uno standard per valutare sostenibilità, governance e impatti delle imprese. In questo articolo vediamo esempi pratici e una roadmap per implementare l’ESG in azienda.

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I criteri ESG sono diventati il linguaggio condiviso con cui imprese, investitori e stakeholder valutano rischi, opportunità e impatti legati a sostenibilità e governance. In Europa, il quadro normativo si è strutturato attorno a rendicontazione (CSRD/ESRS), finanza sostenibile (Tassonomia UE, SFDR) e due diligence di sostenibilità lungo la catena del valore. In Italia, la CSRD è stata recepita con il D.Lgs. 125/2024, in vigore dal 25 settembre 2024, con obblighi progressivi e requisiti di attestazione. Il perimetro e alcuni adempimenti sono stati ulteriormente semplificati a livello UE con il pacchetto Omnibus I pubblicato a fine febbraio 2026, con efficacia dal 18 marzo 2026.

ESG: definizione e valore per le imprese

ESG è l’acronimo di Environmental, Social, Governance: un insieme di criteri che misura come un’organizzazione gestisce impatti (sull’ambiente e sulle persone), rischi (fisici, di transizione, reputazionali e legali) e qualità della governance (trasparenza, etica, controlli, incentivi). L’espressione ha iniziato a diffondersi nel mondo della finanza responsabile a partire dal progetto “Who Cares Wins” (2004), promosso in ambito ONU, che invitava a incorporare considerazioni ambientali, sociali e di governance nei processi decisionali dei mercati finanziari.

Nel contesto italiano, la terminologia “questioni di sostenibilità” è ormai formalizzata anche nel recepimento della CSRD: il D.Lgs. 125/2024 ricomprende fattori ambientali, sociali, relativi ai diritti umani e di governance, collegandoli al quadro UE di riferimento.

Per un pubblico manageriale, il punto chiave è che l’ESG non è una “campagna” o un’etichetta: è un modo strutturato di governare ciò che può generare vantaggio competitivo o creare vulnerabilità nel medio-lungo periodo (costi energetici, accesso al credito, attrazione di talenti, continuità della supply chain, licenze e autorizzazioni, fiducia del mercato). La crescita dell’ESG è stata accelerata dalla richiesta di dati comparabili e verificabili, e dall’evoluzione delle regole europee su reporting, finanza sostenibile e contrasto al greenwashing.

Storia e quadro normativo in UE e Italia

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha trasformato l’ESG da “best practice” a ecosistema normativo. Il cuore, per molte imprese, è la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e i relativi standard ESRS: la pagina ufficiale della Commissione europea chiarisce che le aziende soggette alla CSRD devono rendicontare secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) sviluppati da EFRAG.  

Gli ESRS costituiscono la “lingua tecnica” del reporting: la Commissione evidenzia che coprono l’intero spettro E‑S‑G (clima, biodiversità, diritti umani, ecc.) e sono progettati per fornire informazioni utili anche agli investitori, con attenzione all’interoperabilità con standard globali.  

Accanto al reporting, due pilastri fondamentali della finanza sostenibile UE sono:

  • SFDR (Reg. 2019/2088): obbliga partecipanti ai mercati finanziari e consulenti a comunicare come considerano rischi di sostenibilità e impatti negativi su ambiente e società (logica “outside‑in” e “inside‑out”).  
  • Tassonomia UE (Reg. 2020/852): introduce una definizione comune di attività “ambientalmente sostenibili”, per ridurre frammentazione e greenwashing e facilitare il reindirizzamento dei capitali.  

Sul presidio della reputazione e della comparabilità, inoltre, l’UE ha adottato un regolamento specifico sulle attività dei fornitori di rating ESG: il Consiglio dell'Unione europea indica che le nuove regole puntano a maggiore trasparenza, integrità metodologica e prevenzione dei conflitti d’interesse; i provider UE saranno autorizzati e vigilati da ESMA.  

Italia: recepimento CSRD e ruolo delle autorità

In Italia, la CSRD è stata recepita con il D.Lgs. 6 settembre 2024, n. 125, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e in vigore dal 25 settembre 2024.  

Il decreto definisce concetti chiave (come “rendicontazione di sostenibilità” e “questioni di sostenibilità”), e specifica che gli standard di rendicontazione sono quelli contenuti negli atti delegati della Commissione (cioè, in pratica, gli ESRS).  

Dal punto di vista operativo, per molte organizzazioni è rilevante l’evoluzione della “filiera” dei controlli e dell’assicurazione: il portale del Ministero dell'economia e delle finanze (area Revisione legale) evidenzia che ai revisori abilitati è affidata un’attività di attestazione della conformità della rendicontazione di sostenibilità, includendo anche profili come marcatura/tagging e informativa legata alla Tassonomia UE.  

Sul perimetro “mercati e trasparenza”, è utile ricordare che anche CONSOB mappa e descrive il quadro regolatorio UE della finanza sostenibile (Tassonomia, SFDR e atti collegati) e le implicazioni di disclosure per gli intermediari.  

Aggiornamento UE: semplificazioni Omnibus I

A fine febbraio 2026, l’UE ha ufficializzato un pacchetto di semplificazione (Omnibus I) che modifica l’applicazione di CSRD e CSDDD. Secondo il Consiglio, il perimetro CSRD viene ristretto innalzando le soglie a imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo, con criteri specifici anche per gruppi e imprese extra‑UE.

Le modifiche sono state pubblicate a livello UE e risultano con decorrenze ravvicinate: l’atto di modifica (Direttiva 2026/470) risulta con entrata in vigore indicata al 18 marzo 2026.

Regole e criteri ESG

Nella pratica aziendale, “fare ESG” significa tradurre principi in regole interne, processi e KPI. Il riferimento normativo e standard-setting tende a convergere su tre elementi:

  1. Governance e responsabilità: chi decide, con quali controlli, con quali incentivi e con quale presidio dei rischi.
  2. Misurazione e dati: indicatori coerenti, confrontabili, verificabili; raccolta dati lungo la catena del valore.
  3. Trasparenza e coerenza: rendicontazione che evita claim vaghi, e che dimostra obiettivi, risultati e piani.

Gli ESRS adottati dalla Commissione sono pensati proprio per coprire, in modo strutturato e comparabile, temi ambientali, sociali e di governance (clima, biodiversità, diritti umani, ecc.).

Come si valuta la performance: rating ESG e rendicontazione

Rating ESG: perché varia e cosa sta cambiando

Il rating ESG è, in genere, una valutazione attribuita da provider specializzati a un’impresa (o a uno strumento finanziario) sulla base di dati pubblici, questionari, stime e modelli proprietari. È importante chiarire due punti:

  • Non esiste un “rating unico” universalmente valido: i punteggi possono differire perché cambiano fonti, pesi e metodologie.
  • Il legislatore UE sta intervenendo per aumentare affidabilità e comparabilità: il Consiglio UE collega esplicitamente le nuove regole a maggiore trasparenza metodologica, integrità del processo e riduzione dei conflitti d’interesse; inoltre prevede autorizzazione e supervisione ESMA.  

In altre parole: per le imprese, il modo più solido di “gestire” il rating non è inseguire punteggi, ma rafforzare dati, processi e disclosure coerenti (che riducono asimmetrie informative e contestazioni).

Rendicontazione di sostenibilità: dallo storytelling ai dati attestabili

La rendicontazione è l’asse portante della CSRD e dei relativi ESRS: la Commissione UE indica che le prime imprese hanno applicato le nuove regole per l’esercizio finanziario 2024 (report pubblicati nel 2025), e che gli standard ESRS sono il riferimento tecnico.  

Sul piano nazionale, il D.Lgs. 125/2024 definisce le “questioni di sostenibilità” e collega gli standard di rendicontazione agli atti delegati UE; inoltre, nel perimetro applicativo italiano, il sistema di attestazione e gli aspetti tecnici (marcatura/tagging e informativa Tassonomia UE) sono richiamati anche nelle comunicazioni del MEF (Revisione legale).  

Un tassello strategico per la qualità del reporting è la doppia materialità: la Commissione spiega che la CSRD incorpora questo approccio, richiedendo di rendicontare sia gli effetti dei temi di sostenibilità sul business (materialità finanziaria), sia gli impatti dell’impresa su persone e ambiente (materialità d’impatto).  

Greenwashing: il rischio reputazionale e legale

Più aumenta l’attenzione su ESG, più cresce il rischio di greenwashing (claim non dimostrabili o fuorvianti). A livello UE, la Direttiva (UE) 2024/825 (empowering consumers for the green transition) rafforza la tutela contro pratiche sleali e claim ambientali non verificabili, con obblighi di recepimento negli Stati membri.  

In Italia, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato l’approvazione in Consiglio dei Ministri di un provvedimento “contro i green claims” volto a rendere più trasparente e verificabile la comunicazione sulle caratteristiche ambientali, nel percorso di recepimento della direttiva UE.  

Esempi pratici e impatti sul business

Integrare l’ESG produce effetti concreti su strategia, operations e finanza. Alcuni esempi ad alto impatto (trasversali a settori diversi):

Nel manifatturiero e nell’energia, l’area “E” porta a rivedere mix energetico, efficienza e carbon footprint; il tema “net zero” si collega anche agli obiettivi climatici europei, che puntano alla neutralità climatica entro il 2050 e a un percorso di riduzione delle emissioni nel decennio in corso.  

Nelle filiere e nell’export, diventano centrali tracciabilità, selezione e monitoraggio dei fornitori: le regole UE sul dovere di diligenza e la loro evoluzione (anche alla luce delle semplificazioni Omnibus) spingono verso una gestione risk‑based delle aree in cui impatti negativi sono più probabili, riducendo richieste “a cascata” non necessarie ai partner più piccoli.  

Sul fronte finanziario e commerciale, disclosure più robuste riducono il costo dell’incertezza: SFDR e Tassonomia UE mirano proprio a migliorare trasparenza e definizioni comuni, proteggere dal greenwashing e facilitare l’allocazione efficiente del capitale verso attività coerenti con obiettivi di sostenibilità.  

Sul capitale umano, il pilastro “S” impatta su attrazione e retention, cultura della sicurezza, sviluppo delle competenze e reputazione presso clienti e comunità. In mercati dove il procurement richiede evidenze (non dichiarazioni), KPI sociali e di governance diventano “dati di gara” tanto quanto qualità e continuità di fornitura.  

Come implementare l’ESG in azienda

Un’implementazione ESG efficace è un progetto di trasformazione manageriale: richiede sponsorship, dati e processi, non solo comunicazione. Un percorso “snello ma completo” può essere strutturato così:

1 - Definire perimetro e ownership

Chiarire se l’ESG è guidato da Direzione generale, CFO, HR, Operations o Risk/Compliance; formalizzare ruoli e responsabilità (es. comitato ESG o sponsor in CdA).

2 - Mappare stakeholder e requisiti

Clienti chiave, banche, investitori, bandi/finanziamenti, normative applicabili e richieste di filiera. Qui è utile distinguere obblighi di reporting (CSRD/ESRS) da obblighi “di mercato” (questionari di supply chain, rating, capitolati).  

3 - Eseguire la doppia materialità

Identificare impatti, rischi e opportunità rilevanti, con un processo documentabile; è il ponte tra strategia e disclosure.  

4 - Costruire baseline e KPI

Scegliere metriche, definire perimetri (organizzativo e di filiera), qualità del dato, frequenza e responsabilità di raccolta. Per le emissioni, impostare inventari con standard riconosciuti (es. GHG Protocol) accelera comparabilità e auditabilità.  

5 - Definire obiettivi e piano di miglioramento

Target misurabili (es. riduzione intensità emissiva, riduzione infortuni, aumento % rinnovabili, policy anticorruzione e controlli), investimenti e milestones.

6 - Integrare in processi core

Procurement (vendor rating), budget e capex, risk management, MBO e incentivazione, progettazione prodotto/servizio, comunicazione commerciale (claim verificabili).  

7 - Rendicontare e “prepararsi all’attestazione”

Impostare architettura documentale, controlli interni e tracciabilità; in Italia, il quadro di attestazione della rendicontazione di sostenibilità è collegato al recepimento CSRD e alle regole MEF per l’abilitazione dei revisori.  

Strumenti e risorse utili

Per costruire un impianto ESG credibile (anche per PMI non direttamente obbligate), conviene appoggiarsi a standard e risorse stabili e riconosciute:

Nel reporting europeo, il riferimento è CSRD/ESRS e le relative pagine tecniche della Commissione, che includono anche aggiornamenti “stop‑the‑clock” e semplificazioni Omnibus.  

Per le PMI, esiste uno standard volontario europeo: la Commissione ha adottato una Raccomandazione sul VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for non‑listed SMEs), sviluppato da EFRAG per micro, piccole e medie imprese non quotate, anche per ridurre la proliferazione di questionari “proprietari” nella supply chain.  

Per emissioni e clima, strumenti comunemente utilizzati sono GHG Protocol (inventari corporate) e standard tecnici per quantificazione e reporting come ISO 14064‑1, oltre a framework per target net‑zero e climate strategy (ad esempio SBTi, con standard e strumenti per obiettivi coerenti con la scienza).  

Per impatti e disclosure di sostenibilità “oltre la compliance”, molte imprese continuano a usare anche standard internazionali di rendicontazione d’impatto come quelli del Global Reporting Initiative, utile soprattutto quando la comunicazione verso stakeholder non finanziari è prioritaria.  

Un programma ESG ben progettato non serve solo a “rispondere alle regole”: migliora la capacità dell’impresa di decidere con dati, governare rischi e dimostrare credibilità al mercato.

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